La mia fedele compagna

La mia fedele compagna
La vita non è un cammino semplice e lineare lungo il quale possiamo procedere liberamente e senza intoppi, ma piuttosto un intricato labirinto, attraverso il quale dobbiamo trovare la nostra strada, spesso smarriti e confusi, talvolta imprigionati in un vicolo cieco. Ma sempre, se abbiamo fede, si aprirà una porta forse non quella che ci saremmo aspettati, ma certamente quella che alla fine si rivelerà la migliore per noi (A. Cronin)

martedì 8 ottobre 2013

Costellazioni familiari



Settembre è stato un mese molto proficuo, ho fatto tante cose, incontrato nuove persone ed ho fatto un’esperienza che consiglio a tutti: ho partecipato ad un seminario di Costellazioni familiari.

Eravamo una dozzina di persone, alcune “protagonisti”, altri “figuranti”.
A turno i protagonisti si siedono vicino all’operatrice (psicologa) esponendo i fatti salienti della storia della propria vita e della famiglia senza commenti, solo i fatti nudi e crudi.  Alla fine espongono il problema che vogliono comprendere e risolvere. La psicologa a questo punto chiede  al protagonista di scegliere chi interpreterà  i personaggi della sua famiglia ad una  data  ben precisa. Al che il protagonista chiede ad un partecipante di ricoprire il ruolo di… (padre, madre, sorella, fratello ecc.) ed  pone  i figuranti su una linea retta in fondo alla sala.
Questi restano con gli occhi chiusi e vengono guidati dal protagonista verso un punto della stanza, fino a che tutti sono “piazzati”  sulla scena, secondo un criterio d’istinto che il protagonista da loro. Dopo qualche minuto ai figuranti è chiesto di aprire gli occhi e di guardarsi attorno. Uno dopo l’altro vengono interpellati su cosa sentono e cosa percepiscono: odio, amore, ribrezzo, calore, freddo, pesantezza, paura, gioia, forza, ecc..
A questo punto l’operatrice chiede a loro di spostarsi nella sala secondo il loro istinto del momento. Si ripete l’inchiesta “cosa senti” a tutti quanti.
Dopo di che si cerca d’individuare  il blocco d’energia della famiglia, che ha creato il problema.  Con una lunga procedura l'operatore porta la costellazione fino al punto della riconciliazione, momento in cui fa entrare il protagonista ed alla fine i figuranti vengono "liberati" dal ruolo del parente del protagonista, sia da questi che dall'operatore. 

Questo è lo svolgimento,  semplificato al massimo, di una rappresentazione che a volte è lacerante, sofferta, destabilizzante. A volte il dolore e la rabbia (ora l'ho capito Soffio) sono talmente radicati che il protagonista non riesce ad accettare la riconciliazione.

Sembra strano e se non avessi messo in scena la mia famiglia stenterei a crederci, da donna concreta, come i figuranti percepiscano non solo sensazioni, ma sentimenti che corrispondono in pieno alla realtà. Perché questa rappresentazione serve? Per farci comprendere meglio e mettere a fuoco il comportamento dei nostri cari, che non abbiamo potuto o saputo o voluto interpretare correttamente. Risanare vecchie ferite, dando voce “a chi non c’è più”. Accettare = prender atto dell’ineluttabilità degli accadimenti e delle conseguenze che possono avere ripercussioni su di noi e su di una famiglia per generazioni e generazioni.

Mi ha impressionato come la donna che impersonava mia nonna ad un certo punto ha iniziato a lamentarsi che le faceva male la gamba destra tanto da passarsi di continuo la mano per alleviare il dolore e da percepire la sensazione di cadere. Mia nonna negli anni ’90 cadde e si ruppe il femore. Per l’osteoporosi avanzata l’osso non si saldò dopo due mesi di gesso e gli ortopedici le applicarono una gabbia di acciaio esterna circolare che entrava fino all’osso e lo teneva saldo. Stette per tre mesi a letto… e la gamba si decurtò di qualche centimetro.

La rappresentazione che mi ha colpito di più è stata la messa in scena la nascita di una giovane donna, per “staccarsi” dalla madre troppo ingerente.  La violenza, l’emozione e la tragicità della rappresentazione è stata un’esperienza incredibile.

Ovviamente anch’io ho partecipato quale figurante in quasi tutte le rappresentazioni. Alla fine si crea un legame spirituale tangibile e reale, ognuno pieno di rispetto per la realtà dell'altro, la sua sofferenza e quella dei suoi cari.

Cosa mi ha lasciato questa esperienza? In primis mi ha permesso di comprendere dove nasceva la sensazione di “perdita” nella mia famiglia. In secondo luogo ho potuto riabbracciare   mio fratello morto suicida, che non ho potuto salutare in vita per l’ultima volta e della cui morte non mi sapevo dare pace. Ho fatto pace con me stessa e con le mie recriminazioni.  Ed ho conosciuto un metodo d'introspezione e di risanamento di una potenza incredibile.

E' un esperienza che consiglio a tutti, per l'implicazione profonda che ha e per il benessere che porta. Se volete saperne di più  http://www.lecostellazionifamiliari.net/
 


6 commenti:

Ale ha detto...

Renata....che esperienza! Non sono ancora arrivata a questo punto, probabilmente vuole prima farmi diventare più forte, oppure usare qualche altro metodo con me....
Grazie per aver condiviso questa esperienza. Buona serata.

Renata_ontanoverde ha detto...

Parlane con V. : non ipotizzare!

Sonopronta ha detto...

Anch'io ho fatto quest'esperienza per ben due volte e confermo tutto ciò che hai scritto.
Pensa che la prima volta ho inscenato la mia famiglia. La seconda volta con un gruppo totalmente diverso, sono stata chiamata a fare la figurante da una ragazza e io rappresentavo lei. Beh non ci crederai ma nella sua famiglia c'erano dinamiche quasi uguali alla mia.
Bellissima esperienza, è vero

Renata_ontanoverde ha detto...

Hai ragione Sonopronta: è quello che mi son dimenticata di dire! Che si trova sempre un legame e non a caso!!!

Mìgola ha detto...

Che esperienza incredibile...non avevo mai sentito parlare di questo! Interessantissimo!

Renata_ontanoverde ha detto...

Pensa Mìgola che ho raccontato solo una MINIMA parte di ciò che ho vissuto!!