La mia fedele compagna

La mia fedele compagna
La vita non è un cammino semplice e lineare lungo il quale possiamo procedere liberamente e senza intoppi, ma piuttosto un intricato labirinto, attraverso il quale dobbiamo trovare la nostra strada, spesso smarriti e confusi, talvolta imprigionati in un vicolo cieco. Ma sempre, se abbiamo fede, si aprirà una porta forse non quella che ci saremmo aspettati, ma certamente quella che alla fine si rivelerà la migliore per noi (A. Cronin)

sabato 19 settembre 2015

11 settembre


Settembre per tutti rappresenta uno spartiacque. L’Estate sta finendo, tutti i progetti bloccati devono riprendere e riprendono tutte le attività commerciali, scolastiche, civili, teatrali, per una nuova stagione, preludio alle feste di Dicembre. Si aggiusta il tiro per portare i progetti alla conclusione in modo da poterne iniziare altri dopo Natale.
Il 30 agosto di 60 anni mia madre   incinta di nove mesi migrò sola a Trieste, in quanto la famiglia proseguì il viaggio nel Pordenonese, dove erano riusciti ad affittare un po’ di stanze ed una cantina, per evitare il campo profughi.
Aspettando il parto mia madre stava da una parente che viveva in casa della suocera con cui la nuora era in continuo attrito, ma non c’erano altri parenti che la volevano prima del parto…  Mamma mi confessò, quando ero ormai maggiorenne, che quei giorni furono tremendi per lei. Avevano abbandonato tutto, perso casa, perso il lavoro, perso la terra, abbandonato parenti, trasportando le poche cose che erano riusciti a portare in Italia su dei carri. Ma erano liberi, perché si erano liberati del terrore dei soldati di Tito, dalle loro irruzioni nel mulino e nel frantoio della nostra famiglia dove prendevano quel che potevano arraffare e rompevano ciò che non potevano portare via.  La gravidanza, gli ormoni, la fame aumentavano la depressione e solo la sua anima cattolica ed il pensiero di lasciare mio fratello di 3 anni ed il giovane marito la fermarono dal suicidio. Lei aveva 23 anni e papà 25.
Meno male venni al mondo prima. Alle prime ore dell’11 settembre, una domenica. Mio padre avvertito della mia nascita riuscì a raggiungerci solo il giorno dopo lunedì 12 settembre e solo in questo giorno lui mi faceva gli auguri. [Quando mia madre l’11 mi preparava la torta e faceva gli auguri, Papà la guardava e diceva sempre la stessa frase ... “ma non è nata il 12??” Perché per lui era il giorno in cui mi aveva vista per la prima volta.]
Quando   mia madre fu in grado di viaggiare raggiungemmo la famiglia nel Pordenonese e si stava in affitto in stanze. Gli uomini andavano a giornata a lavorare dove potevano, ma l'autunno e l'inverno non trovarono granché perché la zona è agricola e si sa d'inverno si fermano i lavori: dovettero centellinare i pochi soldi che avevano, per poter pagare l'affitto. Si mangiava in una cantina, dove le donne cucinavano ed il gas era razionato per cucinare solo il cibo, non per scaldare l’acqua e mia madre fu costretta a lavarmi con l’acqua di fonte che scendeva dai monti, gelida in uno degli inverni più gelidi del secolo scorso. Mi raccontava che bagnava le pezzuole nell’acqua ghiacciata e le scaldava appoggiandole sulla faccia prima di lavarmi nel cambio dei pannolini.

Quando vedo i profughi Siriani penso a questo! A quanto anche noi –sia pure in numero molto inferiore- siamo stati malvisti, osteggiati, rifiutati. Ma l’Istria è ben piccola rispetto alla Siria. Il loro è un dramma enorme. 

Tanti rimasero pochissimo tempo nel campo profughi, preferirono abbandonare Trieste dove il lavoro (per  il grande afflusso) stava scarseggiando ed andarono a cercar fortuna nelle Americhe ed in Australia. Anche noi dovevamo migrare. Ma i nonni ci convinsero a restare. Mamma era figlia unica e loro, dopo aver perso tutto casa e lavoro, sarebbero morti di crepacuore  a “perdere” anche la loro amata figlia, perché allora c’era solo il trasporto navi e non esisteva skype. Ma anche il fatto di andare allo sbaraglio oltre oceano con una bimba di pochi mesi fu un deterrente, dato che mia madre non voleva che papà ci precedesse da solo, perché erano già tante le vedove bianche a Trieste, con mariti migrati e doppia famiglia. 

Di quegli anni resta solo questa fotografia, che doveva corredare la domanda di espatrio verso il Canada. 



Ed è proprio in onore ai miei genitori ai loro e nostri tanti sacrifici che quest'anno ho festeggiato alla grande il mio 60° compleanno con amici e parenti! Un bel traguardo!

11 commenti:

carmen ha detto...

Ciao Renata! E' terribile quello che hanno passato i tuoi genitori e soprattutto non è giusto, ma è ciò che continua a succedere in tante parti del mondo…adesso è la volta della Siria..Sembra che l'umanità non sappia far tesoro dell'esperienza e continui a fare gli stessi errori..
A parte queste amare considerazioni e un po' in ritardo, ti faccio tanti auguri per il tuo compleanno!!

*** ha detto...

mi hai fatto commuovere, davvero. quanto Amore in quello che hai descritto ; per te e la tua famiglia.Non ci sono parole da aggiungere , non c'è un commento adatto..solo un luccichìo negli occhi. Ci dimentichiamo spesso da dove siamo venuti e sopratutto "la nostra storia". Grazie :) Un abbraccio Nicoletta

Renata_ontanoverde ha detto...

Grazie Carmen ben accetti comunque i tuoi auguri !! : D

Un abbraccio Nicoletta! ♥

Nik ha detto...

Mi hai fatto venire i brividi con questo racconto, dovrebbero leggerlo tutti coloro che dicono peste e corna sui nuovi migranti! Tra loro ci sarà anche qualche disonesto, come esiste statisticamente in qualsiasi gruppo di uomini, ma principalmente sono disperati alla ricerca di una vita in pace.
E buon compleanno!

Ale ha detto...

Anche le mia famiglia ha lasciato l'Istria per venire a Trieste, i miei si sono conosciuti così.... in qualche albergo (credo).
Buona domenica sera Renata.

druidearyn ha detto...

Grande Renata!!!!
Auguroniiiiiiiiiiiiiiiiiiii e bellissimo post!

Un sorriso
Marinz

margherita ha detto...

Davvero stupendo questo post.
Cara amica, auguri ancora, te li meriti tutti ed hai fatto più che bene a festeggiare alla grande.

Mìgola ha detto...

Bello e intenso questo post, Renata! Sembra che tutti si siano dimenticati delle fatiche e delle miserie dei nostri nonni e dei nostri padri e sono tutti pronti a costruire muri dimenticando che siamo stati tutti migranti da qualche parte del mondo, chi prima chi dopo!
Un abbraccio grande!

Princy60 ha detto...

Un racconto di vita vissuta che dovrebbe far riflettere. Grazi3

Renata_ontanoverde ha detto...

Grazie a tutti ♥

Anonimo ha detto...

Bella la storia dei tuoi genitori. Davvero colpito dalla foto di famiglia.