La mia fedele compagna

La mia fedele compagna
La vita non è un cammino semplice e lineare lungo il quale possiamo procedere liberamente e senza intoppi, ma piuttosto un intricato labirinto, attraverso il quale dobbiamo trovare la nostra strada, spesso smarriti e confusi, talvolta imprigionati in un vicolo cieco. Ma sempre, se abbiamo fede, si aprirà una porta forse non quella che ci saremmo aspettati, ma certamente quella che alla fine si rivelerà la migliore per noi (A. Cronin)

giovedì 4 maggio 2017

Di bucato...


Oggi è un'incombenza veloce: si mette la roba dentro il cestello, si inserisce il detersivo e gli additivi, si programma la lavatrice e dopo aver spinto il bottone ci si dimentica del “bucato”. Una volta era tutta un’altra cosa.

Io ho ricordo di due bucati, quello della nonna in campagna e quello della mamma in città. 

La nonna aveva spazio nel cortile e davanti a casa c’era ogni giorno di bucato uno spiegamento di strumenti pronti per l'uso. Dalla sera di giovedì, che li poneva sotto il portico per ammollo, le tinozze piene venivano nella bella stagione portate sull’aia di venerdì mattina per dare più spazio al movimento ed alla lavorazione.

Nel caso di lenzuola, si stipavano con un determinato criterio –se ben ricordo, ben piegate- e dentro alla fine veniva versata la lisciva, consistente in cenere sciolta nell’acqua calda. La cenere non macchiava il bucato perché veniva messo un panno a protezione, sotto il quale la biancheria si imbibiva di questo liquido detergente filtrato che scioglieva ogni tipo di sporco e macchie. Era peraltro molto corrosivo e ricordo le mani di nonna e delle zie piene di piaghe. 

C’era poi la suddivisione tra bucato colorato che spesso includeva la roba da lavoro e la biancheria in generale: tovaglie, asciugamani e corredo intimo.  

Ricordo le mie donne chine sulla tinozza appoggiate curve sulla tavola, dove fregavano gli indumenti e smacchiavano con vigorose passate di spazzola di saggina dopo averla passata sopra il sapone. I primi tempi, dopo l’esodo, i soldi non erano tanti e si tentava di risparmiare fabbricando il sapone in casa, solo verso la metà degli anni ’60 si iniziò ad usare i saponi e detersivi commerciali.

Non mancava mai la famosa “varecchina” (ipoclorito di sodio) per disinfettare e sbiancare ulteriormente il bucato da  qualche macchia pervicace.  Infine dopo il risciacquo c’era sempre l’immersione dei bianchi nella tinozza dove era stato sciolto il “perlin”… una polverina blu indaco che esaltava maggiormente il bianco.

Il risciacquo non era cosa facile. La nonna portava secchio dopo secchio vicino al canale d’irrigazione, con le acque del Meduna che arrivavano gelide perfino in estate e lì sciacquava tutto per risparmiare i soldi dell’acqua e perché la pozza le dava agio di scuotere i panni e sciacquarli in acqua abbondante e corrente. La ricordo sempre d’inverno che si portava dietro anche la pentola dell’acqua bollente, dove di tanto in tanto immergeva le mani per riscaldarle dal rigore invernale e dal gelo dell’acqua di fiume. Solo verso la metà degli anni ’60 si comprò la lavatrice semi-automatica della Hoover.  Molto laboriosa, ma almeno le toglieva molta fatica e riposava un po’ le mani.



Nella grande vasca rettangolare si mettevano i panni in ammollo e poi a lavare e risciacquare, mentre nel cestello rotondo si centrifugava. Un grandissimo aiuto per tutte le massaie.

Mentre il venerdì era il giorno del bucato, il sabato era quello dello stiro e del rammendo. Ricordo la bisnonna china sulla biancheria che cercava di rammendare con piccoli punti, immancabilmente nella fretta i punti venivano anche grandi e questi erano denominati i “punti del sabato”, locuzione che si usava anche per indicare un lavoro fatto in fretta, perché tutto doveva essere pronto per la domenica giorno di riposo.

A casa nostra in città invece, mamma aveva due tinozze enormi di zinco, che poi furono sostituite con due di moplen (polimero appena inventato nel 1963 dall’ing. Giulio Natta,  premio Nobel per la Chimica) e che noi si chiamava volgarmente “plastica”. I tini di zinco pieni d’acqua erano pesantissimi e solo con quelli di moplen mamma  riusciva a gestire da sola il bucato.

La ricordo di venerdì mattina pronta dopo aver bevuto due moke da tre tazze di caffè, che si immergeva in questo massacrante lavoro: eravamo in cinque, anche se non ci si cambiava spesso come al giorno d’oggi, perché gli abiti erano pochi, le lenzuola e la biancheria erano sempre molto faticose da lavare. Mamma si massacrò fino al 1965 quando la nonna le regalò la lavatrice moderna. Non la semi automatica, ma proprio completamente automatica. Per mia madre fu una liberazione, si sentiva una “signora” a  solo riempire il cestello e farla andare. Rimaneva solo l’immersione dei panni nella soluzione con il “perlin” da fare a mano, in quanto allora le vaschette predisposte non includevano reparti per ammorbidenti o additivi. Restava anche il lavaggio a mano delle maglie di lana che tassativamente non potevano essere lavate in lavatrice, non essendoci programmi speciali, ma lo sforzo era diluito nel tempo.

Terribile specie d'inverno e con la bora, quando l'inceneritore del vicino ospedale spargeva nell'aria i residui della bruciatura lasciando sulla biancheria di mamma una sorta di corpuscoli neri, che si attaccavano sulle fibre e bisognava rilavare tutto! 

I bucati prima dell’avvento della lavatrice, per mamma, erano estenuanti. Con le moke di caffè prendeva anche le “cibalgine” per il mal di testa e la ricordo sempre il sabato con la testa fasciata per attutire il dolore che le prendevano braccia e spalle, con cervicale annessa, infiammate dallo sforzo prolungato, perché il bucato durava dalla mattina le 8.30 fino al primo pomeriggio, in quanto in mezzo c’era da preparare anche il pranzo e venirci prendere all’asilo e successivamente a scuola.

Lo stiro non era tutto rose e fiori i primi tempi esistevano due tipi di ferro, uno grande a carbone  piuttosto macchinoso, con la stiratura molto difficile perché era facile sporcare di carbone la roba e se era biancheria, ciò vanificava il duro lavoro di bucato.



Più maneggevoli invece i ferri piccoli e massicci di ferro, di cui si teneva due pezzi: uno lo si metteva a scaldare, l’altro lo si usava e si scambiavano quando si raffreddavano.


Questo che vedete è arrugginito, ma in realtà era di facile manutenzione con la lana d’acciaio da cucina si passavano e luccicavano.

Poi è arrivato il ferro da stiro elettrico, che aveva una resistenza interna fatta di piccole “avemarie” di ceramica ed una foglia di mica come conduttore. Era di facile manutenzione perché ricordo che nonno e  papà li sistemavano spesso.


Mamma usava i ferri da stiro piccoli di ferro i primi tempi, perché essendo sarta aveva bisogno di maggior peso per appiattire le cuciture di vestiti, cappotti ecc. Successivamente la nonna le regalò il ferro elettrico che costò una cifra in quanto era professionale e durò un sacco di tempo. 

Impensabile tutto ciò per le  generazioni moderne. Penso sempre con enorme riconoscenza all’inventore delle lavatrici perché ha distrutto una schiavitù immane per le donne ed è forse da annoverare tra le nostre maggiori conquiste. E che dire dei ferri da stiro di famiglia che hanno il vapore, una volta mera esclusiva delle "Puliture" (Lavanderie) dove si portava anche a "sfumare" le stoffe prima di confezionarle (si stiravano con il ferro a vapore) o a smacchiare capi delicati a secco. 

Attualmente si possono trovare lavatrici molto sofisticate, con un sacco di programmi per il tipo di bucato, la natura dell'indumento, le funzioni particolari, con l'oblò grande ed anche uno piccolo incorporato per inserire durante il lavaggio gli ultimi pezzi dimenticati e che quando finisce il suo lavoro ti avvisa con un'accattivante musichetta.  E che dire delle asciugatrici che hanno il pregio di evitare l'83% della stiratura ed ultimamente è previsto l'arrivo di un altro attrezzo magico : 




Tutta un'altra vita!