La mia fedele compagna

La mia fedele compagna
La vita non è un cammino semplice e lineare lungo il quale possiamo procedere liberamente e senza intoppi, ma piuttosto un intricato labirinto, attraverso il quale dobbiamo trovare la nostra strada, spesso smarriti e confusi, talvolta imprigionati in un vicolo cieco. Ma sempre, se abbiamo fede, si aprirà una porta forse non quella che ci saremmo aspettati, ma certamente quella che alla fine si rivelerà la migliore per noi (A. Cronin)
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sabato 18 agosto 2012

Toc-toc! Chi è?


In vena di ricordi,  ho passato in rassegna i personaggi che nella mia infanzia bussavano alla nostra porta.
A parte il portinaio, un vecchio ex-pompiere di Fiume, che veniva a bussare e portare un mazzetto di fiori a mia madre per ottenere in cambio un buon bicchier di vino dei miei nonni, che lui stimava molto, agli spazzini e spazzacamini che venivano per le feste a raccogliere le mance, ricordo una serie di personaggi che arricchirono la mia infanzia di figure pittoresche.

La prima era Irene, carsolina mingherlina, di carnagione scura, molto energica, che con un fazzoletto a forma di cuscino in testa saliva le scale di casa nostra con il bidone del latte in equilibrio sul capo, mentre il carro aspettava in strada. Suonava di buon mattino alla nostra porta,  tirava giù il bidone dalla testa, lo metteva sotto braccio per mescere il latte nel contenitore graduato di alluminio e da lì nella nostra pentola. Parlava poco e tradiva il dialetto sloveno delle alture. Saliva e scendeva scale infinite per le vie fino a vendere tutto il suo prodotto. Era molto nervosa e negli anni assunse anche dei tic agli occhi, che noi bambini maldestramente imitavamo per ridere! Il suo latte era buonissimo e noi seguivamo il raffreddamento dopo la bollitura, leccandoci i baffi al vedere la ricca  “panna” che poi ci contendevamo.

Altro personaggio che bussò alla porta all’epoca era il fotografo, che proponeva di “colorare le fotografie in bianco e nero”. Era una gran novità per l’epoca, tutto era ancora in bianco e nero: giornali, riviste e televisione. Ma lui, prendeva una foto,  chiedeva il colore dei vari particolari e riportava un ingrandimento con colori pastello, che rendeva il tutto molto surreale, incorniciandolo in una pesante cornice di madreperla. Era la moda: tutte le famiglie dell’epoca sfoggiavano la foto dei loro bimbi “a colori”, come oggi sfoggia l’iPhone!

Ricordo poi  la figura dell’assicuratore che in famiglia chiamavamo “in caso di decesso”, in quanto era la frase che pronunciava quando voleva sottolineare i “benefici” della polizza vita, facendo valere il fatto che per ora pagare le rate era un sacrificio, ma che il beneficio si sarebbe visto “nel caso di decesso”, il tutto mentre Mamma con le mani dietro alla schiena faceva le corna! Ironia della sorte volle, che ne beneficiammo nel 1974 quando a soli 42 anni Mamma morì: “in caso di decesso” non era più tanto ridicolo, ma una triste realtà.

Ma le figure più belle della mia infanzia erano i rappresentanti di  enciclopedie, che trovarono in casa mia un facile terreno di vendita, dato che i miei amavano leggere ed avevano cura della nostra cultura. Così alla nostra porta si avvicendarono tante figure. Il primo non lo ricordo molto bene, perché ero molto piccola, da lui Papà prese i Classici Azzurri, venticinque libricini che raccoglievano il meglio della letteratura italiana e straniera  ed  il MILIONE, dizionario geografico in parecchi volumi, enormi, di un bel azzurro, mi appassionò quando diventai più grande. Ricordo che alle superiori feci una tesina d’Italiano sulla condizione delle donne Africane, portando un argomento attualissimo (erano gli anni della contestazione femminista) e soprattutto non avevo avuto necessità di attingere alla biblioteca! Oltre che alla Geografia Fisica, Politica, Economica, questa enciclopedia da la descrizione dettagliata della Storia e delle maggiori città, inoltre ha per ogni paese una sezione di Usi e Costumi, attraverso le epoche e dei giorni nostri, che leggevo con passione ed interesse, perché mi facevano viaggiare con la mente. Altra enciclopedia della mia infanzia fu il CONOSCERE – Enciclopedia per ragazzi, da cui attingemmo a piene mani durante le prime classi. 

In seguito arrivò un’agente, che mi piacque molto. Era una donna di una certa età, non tanto alta, magra, vestiva con gusto, leggermente truccata, con i capelli lunghi biondo-cenere acconciati raccolti alla nuca in un moderno ed elegante chignon, parlava in dialetto con una certa impostazione, senza apparire troppo “artefatta”, era cordiale, sorridente. Le sue visite mi incuriosivano, da lei Mamma comprò il DES – Dizionario Enciclopedico Sansoni, il Leonardo, rivista scientifica. Inoltre acquistò anche la collana della Medusa, dei bei libri dalla copertina Verde, una raccolta   sulla natura con dodici libri dedicati agli animali a seconda della specie di appartenenza con relative schede dell’anatomia e foto dal vero; poi anche un’altra enciclopedia fotografica, di cui ricordo solo il volume sui gatti e sui cani, da cui imparai le razze, perché sfogliavo e mandavo a mente  i vari  nomi.

Successivamente arrivò l’agente dell’UTET , da cui s’ iniziarono ad acquistare i libri Universitari. Mio fratello acquistò l’intera Enciclopedia Medica con tutti gli aggiornamenti fino ad oltre il duemila, l’Enciclopedia Veterinaria e quella Astronomica.

Acquistare libri fu quindi un imprinting che ebbi dalla mia prima infanzia. Quando –non avendo ancora la televisione- spesso perdevamo ore a leggere e nel mio caso, guardare le fotografie e le figure, per passare il tempo e sognare.
D'inverno c'era poi il venditore di mestoli che scendeva dalla Carnia per vendere i suoi prodotti e raccimolare qualche lira. C'era anche l'arrotino, che oltre ad affilare le forbici ed i coltelli, riparava le vecchie ombrelle rotte.
Gli ultimi sulla scena I Mormoni ed i Testimoni di Geova, a cui, ormai forniti di spioncino, non aprimmo più!

giovedì 16 agosto 2012

16 agosto 1974





Il 16 agosto 1974 iniziai a lavorare ad un mese dal diploma. Il mio principale, il dott. A., era un uomo alto ben piantato con i capelli sale e pepe, ben pettinati, due favoriti alla Gengis Khan, la voce profonda, gentile, con una leggera zeppola. Quando parlava in pubblico era padrone della scena con semplicità ed eleganza, parlava a braccio correttamente in quattro lingue, ed era così carismatico, da  mettere tutti gli ospiti a loro agio. Eclettico ed intelligente sapeva sostenere una conversazione interessante con chiunque, sia che fosse l’uomo della strada, che il fisico nucleare.
Per darvi un'idea del suo carattere e delle sue capacità dovete sapere che aveva conseguito in un collegio svizzero, il diploma dell'accademia commerciale. Di ritorno in Italia per iniziare l’Università, avendo 17 anni dovette aspettare un anno. Ma il padre gli chiarì subito la situazione : "se speri di bighellonare e perder tempo con gli amici perdigiorno in questo anno, sbagli di grosso: da domani prendi lezioni private ed a giugno darai la maturità classica!" Fu così che imparò il Greco, perfezionò il Latino e le altre materie del quinquennio classico e superò a pieni voti l'esame di maturità!

Al servizio di leva scelse di andare in aviazione e disse al padre di voler prendere il brevetto di pilota. Il padre glielo negò dicendo,  che secondo lui i piloti erano tutti disperati che non avevano voglia di vivere e per dimostrargli che non fosse un problema di denaro, devolse il costo del brevetto in beneficenza. Ma il dott.A. non si arrese, iniziò a dare lezioni, a vendere traduzioni di greco e latino, raccimolando il costo del brevetto e conseguendolo a 21 anni nonostante la contrarietà del padre.

Arruolatosi volontario in guerra come pilota di caccia, scelse di affiancare la RAF nelle forze di liberazione, quale appoggio alle navi di rifornimento. Conseguì la laurea di Economia e Commercio, come pure quella di Scienze Politiche e di Diritto, effettuando anche l'esame di stato quale Dottore Commercialista. 
Alla fine del conflitto tentò d'intraprendere la carriera politica, ma la sua dirittura morale non gli permise di cedere ai vari compromessi dell'ambiente. Nel 1948 abbandonò l'amata aeronautica,  per coadiuvare il padre nell'attività commerciale di agente di caffé, droghe e coloniali, che portò a livello di fama mondiale, sebbene fosse solo  una ditta familiare e molto piccola.

Per spiegarvi la singolarità dell'uomo vi racconto ancora un aneddoto.   Dovete sapere che appena indipendenti,   negli anni sessanta  i nuovi stati Africani, volendosi affrancare dai mercati dei Paesi colonizzatori cercarono nuovi sbocchi commerciali. La C.E.E. nell'ottica di un trattato di collaborazione, li favorì facendoli  partecipare gratuitamente alle Fiere di tutta Europa. Serviva una persona capace di affiancarli ed a Trieste fu scelto il dott. A. per la sua esperienza commerciale e conoscenza linguistica, tanto che li accompagnò per un quinquennio  alla Fiera di Trieste, alla Fiera del Levante di Bari a quella di Milano ed anche a quella  di Lubiana a cui affluivano espositori da tutta l'Europa dell'Est.

Fu così che a Lubiana sul finire degli anni '60 il dott. A. al bar dell'albergo stazionava in attesa di passare da una conferenza all'altra,  attorniato dalle Delegazione Africana, che intratteneva al tavolo parlando in francese ed inglese, fumando un Montecristo, davanti ad un wishky con ghiaccio. Veniva chiamato e chiamava al telefono in continuazione parlando in tedesco ed italiano ed azzardava con il giovane barman qualche frase di sloveno, imparato dai cacciatori d'oltre confine. Il giovane barman era esterrefatto: un personaggio simile non lo aveva visto nemmeno nei film americani. Fu al culmine dell'ammirazione quando vide il Dott. A. con il Gen. Tito e la first lady, Jovanka, mentre illustrava loro la missione delle Delegazioni ed i prodotti presentati agli stand.

Un commerciante di Trieste di ritorno da Lubiana, nei primi anni del 2000, mi ha riferito di aver incontrato per caso quel barman, che sentendo che era di Trieste gli aveva chiesto se conoscesse il dott. A. e se fosse ancora vivo, raccontandogli ciò che aveva visto  e ripetendo l'ammirazione per la sua disinvoltura ed il suo carisma.

Come Presidente di un'Associazione Europea del Caffé indisse una "Crociera del Caffé" : era il 1986. Con l'aiuto dell'avallo di Pericle Lavazza, la Costa mise a disposizione una nave e l’impegno del viaggio, previa la firma di una fideiussione da capogiro. Fu un periodo frenetico, di raccolta d' adesioni e d' organizzazione ed il dott. A. stette parecchi mesi sulle spine, perché gli americani
dettero forfait all'ultimo minuto : dopo l’attacco terroristico all'Achille Lauro del 1985, in cui fu ucciso un cittadino americano in carozzella, il Mediterraneo non era considerato luogo sicuro per loro. Ma nonostante questo la Crociera ebbe una buonissima affluenza di passeggieri e fu un successo enorme!

Il mio principale era un mito. Per la sua capacità e la sua vitalità, noi , "ragazze" dell'ufficio, lo soprannominammo Highlander, dato che si ritirò solo a 88 anni!

Gli ultimi 2 anni furono molto difficili: nel 2004 dopo una brutta polmonite ebbe un crollo enorme. Aveva 86 anni e l'inizio dell'Alzheimer e la depressione lo costrinsero a lottare con molta fatica perché non voleva arrendersi e continuava a venire due volte al giorno in ufficio per continuare a lavorare e sentirsi vivo!
Poi il tracollo nel 2006, una brutta caduta, che lo fermò a casa. 
Avevamo lavorato gomito a gomito per ben 32 anni, mi aveva preso sotto la sua ala e guidato nel meraviglioso mondo del caffé aiutandomi a crescere professionalmente: avevamo bevuto assieme più di 17.000 caffé!

Si spense serenamente a 90, nel 2008, servito e riverito come sempre, dopo aver bevuto il suo ultimo caffé.

martedì 14 agosto 2012

14 - 15 agosto 1947-2012 65° ann. indipendenza India



“If we could change ourselves, the tendencies in the world would also change. As a man changes his own nature, so does the attitude of the world change towards him. …
We need not wait to see what others do.”







Se potessimo cambiare noi stessi, le tendenze nel mondo cambierebbero di conseguenza. Come l'uomo cambia la propria natura, così cambia l'attitudine del mondo nei suoi confronti.
Non abbiamo bisogno di aspettare per vedere cosa fanno gli altri.




Mahatma Gandhi

Perché proprio questa canzone ? Il ritmo mi piace, l'alternanza degli artisti è un melodico fluire, che mi mette allegria.

Ho iniziato a conoscere l'India negli anni sessanta, quando mia madre sarta, confezionava i capi ascoltando la vecchia enorme radio Telefunken ed una sera in cui giocavo vicino a lei, davano una commedia che narrava la vita di Gandhi. Le parole il racconto drammatico ed il dolore per la morte del Mahatma mi colpirono molto e chiesi a mamma ulteriori spiegazioni, andando poi sull'enciclopedia IL MILIONE a vedere e leggere altre curiosità di quel lontano Paese.

Poi ci fu il film appassionante Il Giro del Mondo in 80 giorni con uno splendido David Niven ed una giovanissima Shirley MacLane a riavvicinarmi a quei posti fiabeschi ed in seguito la moderna serie di Sandokan, ispirata da Salgari con la descrizione delle giungle Indiane, dei palazzi fastosi dei marajah.


Tutto fu sopito nell'adolescenza con gli anni di piombo, ma con la mia assunzione nel  1974 riscoprii di nuovo l'India. Dapprima attraverso i telegrammi cifrati che le nostre corrispondenti inviavano con offerte o risposte ai nostri ordini. La corrispondenza per via aerea era all'ordine del giorno, sulle buste bellissimi francobolli facevano mostra di Gandhi, Indira, paesaggi e prodotti Indiani. Aprirle era un dramma, perché la colla era talmente sigillante, che spesso la busta era appiccicata alla leggera carta da lettera o si rischiava di tagliare non solo il bordo, ma anche una parte della lettera. Poi i telegrammi diradarono iniziò l'era del telex e  nel giro di un anno tutti gli Indiani comunicavano con noi direttamente: era una specie di Skype ante-litteram, dove si colloquiava scrivendo a macchina (invece che a voce) ed essendo in contemporanea si poteva  portare avanti una trattativa durante una trasmissione che poteva durare quanto si voleva, un paio di minuti come anche molto di più. Ovviamente le distanze dettavano il costo della trasmissione. Dall'avvento del telex, la corrispondenza cartacea fu limitata ai puri contratti originali ed alle copie dei documenti d'imbarco. Le distanze ed i tempi si erano accorciati, mentre al telefono ci vollero 5  anni prima che la teleselezione Italiana fosse automatizzata e non si dovesse passare per il centralino delle chiamate intercontinentali (il 15) al quale eravamo costretti comunque a fare numerosi solleciti prima di  ricevere la linea!

Sfogliando i codici per tradurre i telegrammi cifrati, usati per scongiurare la concorrenza e lo spionaggio commerciale, la mia giovane mente fervida correva ad immaginare dando ai loro volti una dimensione fisica, ma tutto era ancora lontano.

Nel 1976 due nostre grosse mandanti bloccarono la loro collaborazione : era morto il patriarca e i due fratelli avevano avuto un diverbio a colpi di pistola per l'eredità! Uno era finito in prigione per aver sparato al fratello maggiore: ovviamente non lo aveva colpito, il gesto era stato una mera simbolica presa di posizione. Ci fu una causa, il magistrato bloccò i conti di tutte e due le ditte, che per anni rimasero congelati. Ma in pochi mesi i fratelli fondarono due nuove società e ripresero gli affari. I due fratelli vennero separatamente in Italia e continuarono a venire una volta all'anno ed ebbi modo di conoscerli direttamente. Diversissimi uno alto magro capelli bianchi, l'altro leggermente più basso, tarchiato con i capelli neri placcati dal gel. Nulla faceva trasparire la violenza tra i due nei loro modi da gentlemen anglo-indiani  

Tra i due litiganti il terzo gode ed in quel tempo emerse un nuovo partner commerciale. La ditta era sorta nel 1865, copriva tantissimi articoli commerciali: carne di bufalo, piselli, ceci, frutti di mare e pesci congelati, spezie, frutta e verdura secca e conservata, pellame, grasso animale e recentemente hanno introdotto i prodotti congelati ed aperto anche una linea di alimenti per animali e confezioni di cibo precotto in buste per la vendita al dettaglio. Aveva due enormi edifici a Mumbai (Bombay), ma il loro reparto caffé era ancora poco affermato in quanto decentrati rispetto alle zone di produzione. Dato che il mercato del caffé   alla fine degli anni '70 aveva preso a salire, crearono una filiale a Bangalore  ed inviarono  negli anni '80 il loro manager per farsi conoscere dai clienti. Mr. N. era di pelle scura, alto sul metro e settanta, magro (allora) , sorridente. Ero andata a bere un caffé alla Portizza e lo trovai davanti al portone dell'ufficio con due valigie enormi e l'ombrello in mano, che poi appese per comodità sulla schiena inserendo il manico nel colletto. Lo vidi smarrito e gli chiesi se venisse a trovare noi: una fila di denti bianchissimi gli illuminò il volto ed entusiasta per averci finalmente trovato mi seguì pimpante nel grande ingresso, all'ascensore fino al nostro ufficio.

Quello fu uno dei tantissimi viaggi che il signor N. fece, perché lo ripetè ogni anno, come costume tra tutte le società Indiane che intrattengano rapporti commerciali con importanti clienti all'estero. Questo serve loro per raccogliere eventuali spunti per migliorare non solo il raccolto, ma anche il servizio al cliente. L'Indian Coffee Board, che regola tutt'ora i termini e le regole per l'esportazione del caffé Indiano e controlla  tutti i produttori, gli esportatori, fungendo da organo di riferimento anche per gli importatori nel dirimere le contestazioni ed i reclami commerciali,  fu il primo organismo governativo di un Paese Produttore che si convinse dell'importanza del controllo qualità e del suo miglioramento. Istituì già negli anni '80 un ufficio ad hoc per la supervisione e la degustazione della produzione, nonché dei campioni respinti dai clienti per valutare come poter migliorare la qualità. A capo una donna, elegante, i tratti molto fini, magra le mani affilate, il sorriso dolce e sereno. Negli anni si affrancò dal CBI ed ora gestisce un proprio laboratorio che le grandi case torrefattrici usano per avere la certezza di ricevere un prodotto di qualità. Ha combattutto e vinto il cancro, ha due figlie e ringrazia sempre la madre che le ha potuto permettere di portare avanti il suo lavoro.
Ma il racconto più suggestivo e pittoresco dell'India moderna, me lo diede il capo ufficio acquisti di un nostro cliente torrefattore, che andò dal 1995 fino al duemila nell'ufficio del sig. N. per concordare e seguire un contratto a lungo termine di fornitura. Mi raccontò che l'ufficio di N., pur  appartenendo ad una delle più grandi ditte esportatrici dell'India  in realtà a Bangalore consisteva in una stanza/magazzino a pian terreno pieno d'impiegati e che data la confusione e l'affollamento lui aveva spiegato alla figlia di N., che fungeva da segretaria al padre, in cosa consisteva la cernita dei chicchi difettosi da parte della sua ditta, usando come "tavolo" il marciapiede con un cartone sopra: ne rimasi stupita, ma non tanto quando lessi "La città della Gioia". Non crediate che i volumi di vendita all'epoca fossero limitati! La succursale di Mr. N. era diventata la prima esportatrice Indiana dopo circa un decennio imbarcava da sola a stagione 600.000 dei 5 milioni di sacchi prodotti in India. Il meccanismo è di raccolta del caffé nella loro stazione di lavorazione del prodotto affluito da vari produttori. Dopo la selezione, vengono riempiti i sacchi e portati in camion fino al terminal container di Cochin oppure -in stagione di monsoni- di Madras. Qui vengono caricati in containers che su piccole navi feeder arrivano a Ceylon dove vengono trasbordate sui grandi piroscafi di linea. 

Ma se da una parte alcune strutture Indiane erano discutibili, le telecomunicazioni lavoravano meglio delle nostre ed anzi ho visto sempre i manager Indiani con apparecchi migliori dei nostri :  il primo Galaxy Samsung l'ho visto in mano ad un Indiano (figlio di quello che aveva sparato, di cui sopra :), quando da noi appena se ne ipotizzava la futura vendita. 

Tutte le ditte Indiane quando sposavano i figli, ci inviavano le partecipazioni di nozze. Uno tra i più prestigiosi inviò  il biglietto  per DHL con una  scatola (35x10x35cm ca.) di legno di sandalo ed altre essenze di colori diversi, piena di dolcetti tipici Indiani. Fummo deliziati dal contenuto, che per soddisfare la nostra curiosità il mio vecchio titolare e mentore, divise con tutte con noi impiegate (negli anni '90 eravamo 4). Dolcetti al cocco, all'anacardo, ai pistacchi, alle mandorle, legati con fili finissimi e regolari di zucchero caramellato, pasta di mandorle ed altro erano deliziosi e portavano un sapore nuovo nella nostra esperienza.


Ma questa è storia "moderna" : quando io iniziai a lavorare nel 1974 l'esportazione del caffé Indiano in Italia era un segmento minimo.
La maggior parte della produzione Indiana, in quegli anni, andava al loro più grande compratore l'URSS, che resta tutt'ora un partner importante, tanto che nelle pagine web dell'Indian Coffee Board ne troverete una dedicata solamente alle regole con le limitazioni e le specifiche di qualità ammesse per l'esportazione in Russia!
Negli anni sessanta, settanta ed inizi ottanta erano in voga gli affari "barter", dove i produttori effettuavano un mero scambio commerciale : caffé in cambio di macchinari industriali od altri semi-lavorati di cui erano all'epoca sprovvisti. Ci vollero decenni dopo l'indipendenza per l'India sebbene nelle liste dei paesi Non-Allineati, per affrancarsi dal colosso sovietico a loro vicino.

Ma una delle maggiori peculiarità del mercato Indiano resta il caffé Monsonato. Il caffé come ben sapete è un alimento igroscopico : ha la capacità di assorbire l'umidità in modo istantaneo. Famose erano le frodi sul peso di partenza : alcuni filibustieri facevano versare secchi d'acqua  sul pavimento dove stazionava il camion carico di caffé prima della partenza la sera prima. La pesata al mattino era maggiore per l'esposizione all'umidità. Quando il camion arrivava bastavano un paio di giorni perché l'umidità svaporasse ed il compratore si trovava con un calo peso eccedente quello naturale. Ne beneficiavano i venditori che si facevano pagare sul peso di partenza.

Ma per l'India questa particolarità organolettica del caffé fu l'incentivo a ricreare con cognizione di causa una situazione naturale. Con il blocco del Canale di  Suez nel 1956 le navi mercantili dovettero circumnavigare l'Africa. All'epoca i sacchi di mercanzie venivano imbarcati alla rinfusa nelle stive delle navi ed erano alla mercè del tempo atmosferico: le temperature tra i Tropici e l'Equatore facevano si che assorbendo l'umidità i chicchi si ingrossavano e scolorivano, acquistando un sapore particolare. Fatto sta che alla riapertura del Canale di Suez il viaggio più corto non favoriva  più tale cambiamento nel caffé, ma la richiesta rimase e venne sollecitata da parte di parecchi torrefattori affezionati al gusto che la bevanda prendeva: più morbido e cioccolatoso.
Gli Indiani si accorsero, che lo stesso fenomeno incorreva nel caffé che restava sulla costa al tempo dei monsoni: pensarono allora far stazionare appositamente alcuni quantitativi di caffé sulla costa facendo acquisire ai chicchi la caratteristica gonfiatura e sbiadimento che precedentemente si otteneva durante il lungo viaggio in mare. Nacque così il caffé Monsonato. 

Però la gran parte del raccolto, non ancora venduto,  veniva trasferito dalla costa (Mangalore) alle alture (Bangalore) per evitare la degenerazione del caffé. Ed è a Bangalore che gli esportatori si stabilirono a partire dagli anni '80 per evitare i monsoni, in quanto aumentando la produzione e l'esportazione verso altri paesi consumatori, non essendo più tanto legati alla fornitura all'URSS, dovettero diluire le vendite nel corso di più mesi. Si era infatti affermato uno dei più grossi Paesi Produttori: il Vietnam, che dopo la pace di Parigi ebbe uno sviluppo commerciale talmente ingente da diventare in meno di un decennio uno dei più grandi produttori di caffé e per la competitività dei prezzi e la necessità di sviluppo industriale per acquisire semi-lavorati ebbe accesso anche al mercato sovietico.

Attualmente il Vietnam è il secondo Produttore mondiale con 1.279.500 tonn./anno, a fronte della produzione del  Brasile, che è il primo,  con 1.785.175 tonn./anno, mentre l'India ne ha solo 340.660 tonn.

Ma come nasce la coltivazione del caffé in India? Narra la leggenda che il monaco Bababudan volle far partecipi i suoi connazionali del beneficio della bevanda durante la meditazione e portò con se dallo Yemen 7 chicchi di caffé che furono piantati in 7 zone dell'India che divennero altrettanti distretti di caffé.

In realtà le sette zone hanno peculiarità ben precise, date dalle differenti condizioni di terreno e di coltivazioni vicine a quelle del caffé e date dallo sviluppo in tazza delle diverse varietà (la Kent, la migliore, che si coltiva anche in Kenya ed in Jamaica, la S.795, una derivazione dalla varietà Kent, prediletta per il particolare aroma dai produttori di caffé arabica, la Sln.9 -selection 9- una varietà nata dall'arbusto Tafarikela dell'Etiopia (di cui mantiene la caratteristica dominante nell'aroma di tazza) con l'ibrido di Timor (arbusto molto resistente alle malattie ed alle avversità atmosferiche), ed il Cauvery o Catimor, ibrido tra il Caturra bourbon e l'ibrido di Timor, che in questo innesto ha la meglio, dando una tazza leggermente inferiore rispetto agli altri, ma con il pregio di aver reso la varietà molto resistente alle malattie).

Per 400 anni la coltivazione del caffé è stata un continuo evolversi ed espandersi.  Mentre in alcuni paesi per mancanza di mezzi (Ethiopia, Indonesia ecc) le coltivazioni sono rimaste parte integrante della foresta pluviale, in altri Paesi più progrediti s è preso a coltivare i campi completamente spogli solo a caffé. Nel corso degli anni gli agronomi si sono resi conto che la foresta pluviale forniva un microcosmo ecologico che proteggeva gli arbusti di caffé. Inoltre in alcuni Paesi come il Salvador dove le piantagioni sono state ripiantate sulle falde degli altissimi vulcani, hanno avuto la necessità di essere protette dai venti che soffiano e per questo i coltivatori hanno accerchiato le coltivazioni di caffé con altissimi alberi di leguminose.
Ha preso piede così la famosa "coltivazione all'ombra". Gli Indiani presero immediatamente atto della convenienza di preservare il terreno dall'erosione e ridurre l'impatto biologico di una deforestazione del territorio, ma volendo mantenere le piantagioni di caffé  non solo hanno intensificato le coltivazioni all'ombra dei grandissimi alberi nella giugla esistente, ma l'hanno creata dove era stata estirpata. Il Caffé è quasi totalmente affiancato ad altre coltivazioni, diverse di regione in regione, e nel rispetto dell'equilibrio naturale  diminuendo l'uso dei pesticidi. Inoltre favorendo la fertilizzazione naturale, sono riusciti ad eliminare quella chimica.  Eccone una foto dal web.

Nelle varie regioni a seconda dei raccolti affiancati il gusto del caffé prende varie caratteristiche organolettiche che identificano il distretto di produzione proprio per l'aroma speziato o fruttato.

Il fogliame che vedete arrampicarsi sui tronchi degli alberi, altro non è che la pianta del pepe.
Nei primi anni del 2000 il Coffee Board ha emesso un video, e guardandolo ho scoperto che le coltivazioni di caffé Indiano fanno rivivere l'India di Kipling, specie durante il raccolto con file di donne nei loro coloratissimi sari al lento ma costante ritmo scandito dal loro canto melodioso. E guardando questo quadro sembra che il tempo si sia fermato ed è una gioia perdersi lasciandosi cullare dal loro canto che cadenza i gesti ed i passi, ripetuti da centinaia di anni, stagione dopo stagione, anno dopo anno, come un rito antico e pieno di poesia.

Qui invece vi presento un breve e recente filmato del Coffee Board of India, che ho trovato in youtube, dove un Italiano, Mario, viaggia di regione in regione alla scoperta delle varie qualità di caffé, potete leggere brevi cenni sul territorio e seguire le spiegazioni (per chi conosce l'inglese) del Coffee Swami (spirito del caffé) rappresentato da un chicco di caffé tostato vestito del copricapo e del costume caratteristico della zona in cui fa da guida al giovane. Il video è talmente elementare da risultare puerile e fa sorridere, ma vi farà scoprire qualcosa di più su quel  meraviglioso alimento, che tutti chiamano "caffé" ma di cui solo noi Italiani abbiamo saputo estrarre il meglio con vero piacere!

Scusate la lunga digressione ed il saltar di palo in frasca, ma l'argomento dopo 36 anni mi emoziona ancora ed essendo stato parte integrante della mia crescita e della mia vita, ogni volta mi fa perdere di vista ogni misura... chiedo venia!

Buon caffé!